lunedì 28 settembre 2015

Provare l'improbabile - scienza investigativa

Un piccolo pesce che ha fatto partire una grande storia. Foto @ Mattia Lanzoni.

Questa storia comincia nella tarda estate del 2007, quando un pescatore, seduto in riva ad un canale, trova un pesce strano appeso al suo amo. Sembra un piccolo cavedano, di quelli che una volta si trovavano ogni mezzo metro di canale. Solo che sono ormai anni che il cavedano nella zona si e' rarefatto, quasi sparito.

Vuoi vedere che?...ma no, non e' possibile...

Eppure il pesce viene portato da qualcuno che ne sa, giusto per essere sicuri. E quello non ha dubbi, si tratta di una piccola carpa erbivora o amur.
Sicuramente roba uscita da qualche laghetto, ci si dice, e la cosa finisce la'.

Se non che durante i recuperi di pesce invernali, qualche anno dopo, rispuntano altri esemplari. Poca roba, una manciata, ma abbastanza per mettere la pulce nell'orecchio agli addetti ai lavori.
Negli anni successivi ne vengono catturati ancora, nelle stesse localita' (ormai note) dove ormai si monitora specificamente la situazione. E le catture si ripetono ad ogni anno, vuoi vedere che...?

Beh, in effetti la cosa non fa molta notizia ormai, perche' e' cosa nota ai piu'. Pero'...
Pero' puo' sempre essere che siano pesci usciti da un allevamento, o rilasciati da qualcuno illegalmente...come fare?



Ma bisogna cominciare dall'inizio e tornare all'anno di prima introduzione in Italia, il 1975.
Erano gli anni in cui ci si faceva poche domande, c'era una specie che prometteva di far risparmiare bei soldi ai consorzi, sullo sfalcio delle rive e la pulizia dei detriti vegetali. Costava anche poco, arrivava gia' di taglia dall'Est Europa, viveva a lungo e chicca delle chicche, non si riproduceva in natura. E mangiava piante acquatiche, di tutti i tipi, in quantita' molto elevate.

I primi esperimenti per capire quanto serviva buttarne in acqua furono un successo. Ad una certa densita' agivano da falciaerba naturale, arrivando ad abbattere quasi completamente i costi. Cosi' decisero di buttarne il doppio, tanto per essere sicuri.

L'amur viene cosi' introdotto per la prima volta in alcuni canali di bonifica (tra Modena, Bologna e Ferrara), nella pianura Friulana (fiume Natissa), in alcuni laghi altoatesini (di Caldaro, di Monticolo e di Campi di Sotto), nei fiumi Arno ed Era (Toscana), e quasi certamente anche in altri specchi d'acqua dell'Italia centrale e meridionale.

Per anni non succede niente. Tranne il fatto che entra nel cuore dei pescatori (me compreso) come un pesce dalla difesa formidabile e abbastanza astuto. Una cattura ambita, specialmente quando di taglia.






Un amur nelle mani di un pescatore barbuto e dedicato. Il mio grande amico Cesco.



Eppure ormai cominciano a filtrare notizie che la specie si sarebbe riprodotta in altri paesi, come il Giappone e gli Stati Uniti, ma a volte con qualche incomprensione. Il tutto e' complicato dalla traduzione errata di termini. In italiano vengono riportate erroneamente delle popolazioni naturalizzate, cioe' con riproduzione naturale e autosostentamento di popolazioni, come acclimatate (cioe' con riproduzione occasionale).

In alcuni casi le notizie di riproduzione non sono vere (Ungheria e Finlandia, tanto per citarne due) ma pare che tutto sommato si sapesse poco della biologia riproduttiva di questa specie. Si pensava che le uova, che sono galleggianti, avessero bisogno di fiumi lunghissimi per schiudersi (come nel sud est asiatico, zona d'origine della specie. Ma poi in USA, scoprono che bastano corsi d'acqua meno lunghi, molto meno.
Ci consultiamo con i colleghi americani e arriviamo a capire che un regime particolare che simuli le piene naturali e' sufficiente a far entrare gli amur in frega. Il resto lo fa la corrente molto lenta che si puo' trovare nei canali artificiali e anche se molte delle uova vengono predate la schiusa e' possibile. Il resto lo fa la natura.


In Italia cominciano a rivenirsi i primi esemplari adulti maturi per la riproduzione in acque libere. Ogni tanto ne viene avvistato un esemplare giovanile, ma si tratta quasi sempre di pesci di minimo 2-3 anni, taglia che gli allevatori acquistano dall'estero per l'ingrasso e la rivendita ai laghetti di pesca sportiva.

Poi cominciano le catture regolari di esemplari nati nello stesso anno, cosa che continua per almeno 4 anni. Parte dunque una piccola investigazione per capire se qualche allevamento in Italia stia producendo novellame che poi finisce in aqua, ma pare che nessuno riproduca questa specie in Italia (visto che non e' semplice).
Nasce quindi il sospetto che siano frutto di importazioni dall'estero, che sono comunque perfettamente legali, e di successive fughe/immissioni illegali. Per fortuna ci sono pochi canali di importazione con l'estero, per cui riusciamo ad ottenere degli esemplari per analizzarli.

C'erano molti modi di fare analisi, ma siamo voluti andare sul sicuro. Siccome non ci sono mappe genetiche per la specie in vari areali siamo andati direttamente al sodo. Un pesce che vive in acqua assimila nelle scaglie una speciale combinazione di isotopi dell'idrogeno, che dipende dalla zona geografica e varia su larga scala. Sono tecniche usate per ricostruire le migrazioni di uccelli o fermare i bracconieri di specie tropicali rare.
Quindi se un pesce nasce in allevamento in un altro paese e poi viene trasportato in Italia si puo' riconoscere.


L'analisi degli isotopi dell'idrogeno, applicata ad acqua (a sinistra) e scaglie di pesci (a destra), stabilisce una netta separazione nell'origine dei campioni.

Una veloce analisi delle rispettive acque e abbiamo la conferma che sono distinte, quindi via con l'analisi delle squame (sezionate di anno in anno, per scoprire tutti i movimenti). Ed ecco la prova, i pesci catturati in Italia (in grigio scuro) sono senza dubbio distinti dai pesci dell'allevamento (in grigio chiaro) e le differenze corrispondono a quelle riscontrate nelle acque d'appartenenza.

E questa e' la storia di come abbiamo provato l'improbabile, scientificamente.

Tutti i dettagli tecnici sono nel nostro articolo pubblicato sulla rivista Aquatic Invasions, e liberamente consultabile (senza paywall) a questo link:
Milardi M, Lanzoni M, Kiljunen M, Torniainen J, & Castaldelli G (2015) Natural recruitment contributes to high densities of grass carp Ctenopharyngodon idella (Valenciennes, 1844) in Western Europe. Aquatic Invasions, in press. 

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