martedì 13 settembre 2011

Lamprede!




"Pesci" molto particolari
Molti biologi e naturalisti rimangono assolutamente affascinati al cospetto di bestiacce la cui visione farebbe inorridire chiunque. Personalmente sono orgoglioso di appartenere a questa categoria (quella dei naturalisti bizzarri, non degli animali orrendi, o almeno così spero) e fin dalla tenera età sono sempre andato in cerca di qualsivoglia organismo repellente si potesse trovare per boschi e fiumi. Tra tutti gli animali che si possono incontrare nelle nostre acque, quelli che maggiormente hanno esercitato su di me un fascino morboso sono probabilmente le lamprede. Viste da molto lontano potrebbero ricordare un'anguilla o una murena, a seconda delle specie, ma in realtà non c'entrano niente con le suddette (ricordo la lettera di un lettore, anni fa, rimasto perplesso e inorridito di fronte al ritrovamento di una lampreda, il quale domandava se si potesse trattare di un'anguilla mutante).
Per stabilire se le lamprede siano pesci o meno, basta mettersi d'accordo sulla definizione di “pesci”. Questa parola attualmente non ha più un valore sistematico, ma ovviamente rimarrà sempre nell'uso tradizionale ad indicare, generalmente, tutti i vertebrati non tetrapodi (tutti quelli che non ha quattro zampe, in linea di massima). Gli agnati, questa è la classe di appartenenza delle lamprede, sono privi di mascelle (in greco: a-gnatos = senza mascelle), di scheletro osseo e anche di vertebre vere e proprie. Il cranio è costituito un cestello di trabecole cartilaginose che forniscono una sostegno, per quanto molto flessibile, alla regione cefalica. Ciononostante esse sono da considerare vertebrati a tutti gli effetti, per via di altre caratteristiche che non sto qui ad elencare. Le lamprede, assieme alle ancor più strane missine, discendono direttamente dai primissimi vertebrati comparsi sulla terra quasi 500 milioni di anni fa, gli ostracodermi, gli stessi che in seguito hanno dato origine agli gnatostomi (vertebrati dotati di mascelle). La bocca delle lamprede ha la forma di un disco munito di numerosi denti cornei acuminati, apparato adibito all'adesione ai pesci ospiti che ha valso loro il nome di ciclostomi, cioè “dalla bocca circolare”. Le lamprede adulte infatti conducono per lo più una vita da parassiti su grandi pesci marini.
Ai lati del capo, dietro gli occhi, si aprono sette camere branchiali in grado di pompare acqua in entrata ed in uscita.
A differenza di quanto avviene negli altri pesci, la bocca non è infatti disponibile per l'ingresso di acqua quando è utilizzata per aderire all'ospite. Altre differenze rispetto agli gnatostomi sono la presenza di una sola narice, in posizione dorsale mediana, e l'assenza di pinne pari. Insomma, le particolarità di questi animali sono molte.



L'unica narice della lampreda, in posizione dorsale

Ciclo vitale
La maggioranza delle specie è anadroma
. La larva della lampreda, detta ammocéte, è una sorta di vermiciattolo (non saprei come altro definirlo...) privo di occhi e di denti che vive affossato nella sabbia del fiume in cui è nato. Fu battezzato così dal grande naturalista francese del diciannovesimo secolo, Georges Cuvier, il quale, non riconoscendolo per quel che era, l'aveva classificato come organismo a sé stante, ascrivendolo appunto ad un inesistente genere Ammocoetes. Esso è difatti molto diverso dall'adulto, non avendo ancora le caratteristiche del parassita: gli ammoceti filtrano l'acqua nutrendosi di particelle organiche e microrganismi in sospensione. In seguito essi effettuano le metamorfosi e migrano, talvolta attaccandosi già in questa fase a pesci eurialini che riscendono al mare, come salmoni, cheppie e cefali. Il resto dell'esistenza è condotto passando da un ospite all'altro, succhiandone i fluidi corporei e crescendo a vista d'occhio: nelle specie più grandi il peso può aumentare di quasi un grammo al giorno, il che non sorprende, considerato che si lasciano trasportare passivamente dai loro ospiti e pertanto non consumano energie per il nuoto, concentrandole nell'accrescimento e nell'accumulo di grasso. Certe specie permangono sul proprio ospite per breve tempo, senza danneggiarlo in modo irreversibile. Certe altre invece lo conducono alla morte in pochi giorni, pertanto sarebbe tecnicamente più corretto parlare di predazione, piuttosto che di parassitismo. Talvolta, per inciso, l'alimentazione può basarsi anche su animali morti ed inoltre, in certe specie, la fase marina di parassitismo è del tutto soppressa: l'ammocete si accresce fino a trasformarsi in adulto sessualmente maturo direttamente all'interno del fiume. Raggiunta la maturità sessuale, nelle specie anadrome inizia una nuova trasformazione: la lampreda si stacca dall'ospite e cessa definitivamente di alimentarsi, sopravvivendo con le sole riserve energetiche accumulate fino a quel momento. L'apparato digerente degenera per apoptosi, cioè in un certo senso viene anch'esso “digerito”, dopodiché inizia il ritorno al fiume, dove avverrà la frega. Le lamprede, al pari di anguille, alcune specie di salmoni, eccetera, sono animali semèlpari, si riproducono cioè una sola volta nella vita, dopodiché sopraggiunge la morte.
Un esemplare rinvenuto alla fine del ciclo vitale: l'indebolimento progressivo fa sì che le ferite procuratesi durante la frega si coprano rapidamente di Saprolegnia
Gli studi dimostrano che, almeno in alcune specie di lamprede, non c'è un fenomeno di homing, vale a dire ritorno nel fiume natale. Pare invece che gli adulti in migrazione seguano principalmente i feromoni, cioè le tracce olfattive, rilasciate dagli ammoceti presenti nei fiumi. Questo è senz'altro un modo semplice ed efficace per rintracciare gli ambienti adeguati alla sopravvivenza dei nascituri, in quanto la presenza di giovani della propria specie è la prova diretta della buona qualità dell'ambiente ai fini della riproduzione.
Le lamprede in passato sono state molto apprezzate in cucina e localmente lo sono ancor oggi, nonostante molte specie siano state dichiarate protette. Tra parentesi, protette o no, le carni vanno consumate ben cotte in quanto il sangue delle lamprede contiene una neurotossina che si distrugge alle alte temperature.
Le lamprede in Italia
Le specie di ciclostomi presenti in Italia sono quattro:
Lampreda di mare (
Petromyzon marinus)
Lampreda di fiume (
Lampetra fluviatilis)
Lampreda di ruscello (
Lampetra planeri)
Lampreda padana (
Lethenteron zanandreai)
Le ultime due non sono parassite, il loro ciclo vitale si compie interamente in acqua dolce.
Purtroppo nessuna di queste specie se la passa bene a livello nazionale, essendo messe in crisi da inquinamento e alterazioni dell'habitat, a cominciare dagli eccessivi prelievi idrici e dalla costruzione di sbarramenti che ne impediscono la risalita dal mare ed il raggiungimento delle zone di frega. Tutte e quattro le specie risultano protette dalla Convenzione di Berna, ma ciò non implica necessariamente che siano state prese misure concrete per la loro tutela.
Mi vorrei soffermare adesso sulla più grande e spettacolare tra le specie italiche, oltre che la più rara nei nostri fiumi: la lampreda di mare.

Un gigante tra le lamprede
Petromyzon marinus può superare il metro di lunghezza, per un peso di circa 2,5 kg. Questa grande lampreda è resa inconfondibile dalla tipica livrea screziata, che ricorda un po' quella della bottatrice, anziché grigio-argentea come le altre specie. E' diffusa in tutto l'oceano Atlantico settentrionale, sia lungo le coste americane che europee, Mediterraneo incluso.
In Italia la lampreda di mare è presente attualmente in pochissimi corsi d'acqua, a dispetto dell'ampia distribuzione riscontrata fino a mezzo secolo fa. I dati relativi ai ciclostomi in Italia scarseggiano da quando, negli anni sessanta, terminò l'attività di ricerca di Giuseppe Zanandrea, autore di numerose pubblicazioni sulla loro biologia. L'ittiologo Sergio Zerunian, non molti anni fa, scriveva che
Petromyzon marinus poteva considerarsi estinta a livello nazionale, in mancanza di ulteriori segnalazioni. Per fortuna di questi animali affascinanti, le segnalazioni sono arrivate, seppur non molte, ragion per cui oggi si conoscono almeno due bacini idrografici dove la specie si riproduce con successo: il Magra e il Serchio, situati tra Liguria e Toscana settentrionale. Le foto a corredo di questo post riguardano tutte il ritrovamento, tanto inaspettato quanto recente (maggio 2009), di un piccolo nucleo riproduttivo di lampreda marina nel fiume Serchio. L'entusiasmante scoperta ha lasciato attoniti sia i ricercatori che svolgevano il campionamento, sia il pubblico presente composto da membri dell'amministrazione provinciale pisana e rappresentanti delle associazioni di pescatori. Il progetto di ricerca in questione riguardava le specie ittiche migratrici in provincia di Pisa, studio promosso dalla Provincia stessa in collaborazione con Arci Pesca-FISA e svolta dal Museo di Storia Naturale di Firenze. Questo fatto lascia sperare che i fiumi italiani in cui ancora questa specie si reca annualmente a riprodursi siano più numerosi di quanto si ritiene attualmente.

Il caso dei Grandi Laghi americani
Vorrei adesso raccontare un fatto curioso, che deve far riflettere su alcuni luoghi comuni relativi alle specie alloctone invasive, nonché sui pericoli rappresentati dalle stesse. Si tratta di quanto è avvenuto nei Grandi Laghi americani nel secolo scorso. Come anticipato, la lampreda di mare è presente anche nell'Atlantico occidentale e risale regolarmente i corsi d'acqua americani nel periodo riproduttivo. Il sistema dei Grandi Laghi, al confine tra Canada e USA, è composto da cinque bacini principali: Lago Superiore, Michigan, Huron, Erie, Ontario, tutti collegati in serie dagli emissari,costituendo di fatto un unico corso d'acqua il quale prende nomi diversi a seconda dei tratti. L'ultimo tratto, quello che esce dal lago Ontario e sfocia in mare, è il fiume San Lorenzo. Il tratto che collega i laghi Ontario ed Eire prende invece il nome di Niagara, sul cui corso si trovano le celebri cascate omonime. Pertanto, le lamprede che storicamente risalivano dal mare per andarsi a riprodurre in questo bacino idrografico immenso potevano raggiungere il lago Ontario, dopodiché si trovavano la via sbarrata dalle insormontabili cascate del Niagara! Queste ultime, oltre ad essere una delle meraviglie naturali più spettacolari al mondo, rappresentavano un ostacolo non soltanto per la fauna ittica, ma anche per la navigazione, tant'è che si rese necessaria la realizzazione del canale di Welland, completato nel 1829. Da quel momento le lamprede poterono utilizzare questa via, la quale colma il dislivello esistente tra i due laghi mediante una serie di chiuse, per raggiungere tutti i potenziali letti di frega situati negli immissari dei grandi laghi. Ma non è tutto: questo immenso territorio vergine fu un'occasione per le lamprede marine di dimostrare tutta la loro versatilità e capacità di adattamento: col passare delle generazioni, un numero sempre maggiore di giovani lamprede che tornavano a valle per completare lo sviluppo non arrivavano più al mare, fermandosi bensì nelle acque dei laghi, svolgendo la fase pelagica del ciclo vitale in acque dolci e parassitando un gran numero di specie lacustri differenti: salmerini, trote, coregoni, persici, carpe, pesci gatto e quant'altro. Pertanto, nel giro di circa novant'anni costituirono, come si dice in gergo, popolazioni land-locked, cioè stanziali in acqua dolce, pur continuando a migrare negli immissari per la riproduzione (per la cronaca, alcuni studiosi ritengono che nel lago Ontario fosse già presente una popolazione stanziale originatasi naturalmente).
La comunità ittica ne risentì fortemente e con essa tutta l'economia legata al mondo della pesca. Si pensa che la lampreda abbia contribuito pesantemente all'estinzione di tre specie endemiche di coregonidi. Bisogna inoltre considerare anche aspetti economici secondari, come la vendibilità del pescato una volta sul banco del mercato: una trota che mostri sui fianchi una serie di cicatrici di forma circolare provocate dal disco orale delle lamprede, benché commestibile, non si presenta altrettanto bene come un pesce sano, pertanto il prezzo cala.
La trota di lago americana (Salvelinus namaycush) è tra le specie che maggiormente hanno subito l'invasione da parte della lampreda marina
Ciò ha comportato la necessità di tentare azioni di contenimento nei confronti di questa specie, ad esempio attraendole con feromoni o con sorgenti luminose nelle ore notturne per catturarle durante la risalita, oppure rilasciando in natura maschi sterilizzati che competano con quelli selvatici fertili.

Situazioni paradossali

Ho raccontato questo fatto, peraltro molto popolare tra gli “addetti ai lavori”, per porre l'accento su quanto possa essere diversa la situazione di una medesima specie nell'areale originario rispetto alle zone in cui è stata introdotta dall'uomo. La lampreda marina è in declino in buona parte del suo areale, ma laddove è riuscita a raggiungere ambienti in cui era sconosciuta alla fauna locale, è riuscita ad ambientarsi fin troppo bene, modificando il proprio ciclo vitale e mettendo in crisi una intera comunità ittica.
Questo significa due cose: da un lato la consapevolezza di quanto può essere pericoloso, per l'ambiente e per l'economia, rilasciare in natura una specie aliena. Ormai questo dovrebbe essere un concetto oltremodo chiaro, ciononostante si continuano ad importare animali e piante provenienti da altri paesi, specialmente per l'acquacoltura, la pesca sportiva e l'acquariofilia. Queste pratiche sono tra le principali cause dell'introduzione, volontaria o accidentale, di specie aliene negli ambienti acquatici.
D'altro canto, ci rendiamo conto di quanto sia fuori luogo condannare di per sé una specie come infestante. Nel proprio ambiente una specie è sempre in equilibrio, in quanto prede, predatori, parassiti, competitori e quant'altro si sono coevouti per tempi lunghissimi. Oltre alla lampreda, un esempio classico è il siluro: infestante in alcune delle acque in cui è stato introdotto, in certe zone del suo areale originario è in forte declino se non addirittura estinto. Non a caso, al pari delle lamprede, è stato inserito nella Convenzione di Berna.
Animali e piante colonizzano nuovi ambienti, questo è il filo conduttore della storia naturale stessa, la quale non è altro che un susseguirsi di equilibri che si rompono e si ristabilizzano. Il problema è che ristabilire un equilibrio perduto è questione di tempi che vanno ben oltre la durata della vita umana. Gli equilibri turbati dall'uomo andranno prima o poi in qualche modo ristabilendosi, non c'è dubbio (ironicamente, anche l'assenza di vita è una forma di equilibrio...). Nuove specie nasceranno laddove altre si sono estinte. Il problema, come cantava Guccini, è che “noi non ci saremo”.

Bibliografia:
Clemens et al., 2010

7 comments:

Karol ha detto...

Intanto le immissioni ad opera di Pubbliche Amministrazioni continuano, magari ad opera di ittiologi professionisti ed all'interno di aree protette...

Dr. Skazz ha detto...

Sì,le immissioni continuano imperterrite. A volte sono gli stessi consulenti delle province a suggerire l'introduzione di specie alloctone, ad esempio quando vengono pianificati i popolamenti di nuovi invasi, per i quali sembra obbligatorio introdurre esclusivamente pesce di interesse sportivo, anziché cogliere l'occasione per popolare con specie autoctone in crisi. Quand'anche queste ultime vengono prese in considerazione, generalmente si tratta di ceppi alloctoni (vedi il caso del luccio o del cavedano). In altri casi gli ittiologi che lavorano per le province si dichiarano del tutto estranei alle introduzioni che evidentemente avvengono sul territorio di loro competenza. Se questo è vero, non resta che incolpare iniziative illegali da parte di privati o associazioni di pescatori, nonché la sempiterna carenza o totale assenza di controlli. Per fortuna, da un lato si nota la crescente sensibilizzazione dei pescatori verso la tutela dei popolamenti ittici indigeni, ma la strada è ancora lunga. Sarebbe di grande aiuto l'obbligo di seguire un corso, con tanto di esame, per conseguire la licenza di pesca. Ovviamente non un corso di sola tecnica, bensì un qualcosa dove vengano esposti rudimenti di ecologia generale, con un occhio di riguardo alla biologia delle invasioni.

Milo ha detto...

Su questo filone potrei portare l'esempio di un illustre ittiologo italiano che in una regione coordina piani di contenimento di alloctoni ed in un'altra autorizza immissioni di alloctoni in invasi artificiali. Il motivo a suo dire e' che l'invaso artificiale e' una situazione di impatto umano fortissimo per cui non ha senso fare i pignoli..inutile che esprima la mia opinione su questo ragionamento..

Anonimo ha detto...

grazie di questa pagina

Roberto Merciai (Dr.Skazz) ha detto...

non c'è di che!

Anonimo ha detto...

oggi nel lago superiore di Mantova ho pescato un siluro di 45 kg se penso che da ragazza con mio padre pescavo lucci ........

Roberto 'Skazz' Merciai ha detto...

Catturato casualmente o con tecnica mirata?

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